Oracle sta preparando migliaia di licenziamenti per sostenere il costo della sua espansione nei data center dedicati all’intelligenza artificiale.
La notizia è stata riportata da Bloomberg e ripresa anche da Reuters, che parla di tagli diffusi in più divisioni dell’azienda, con possibili effetti già nelle prossime settimane. Oracle, almeno finora, ha scelto di non commentare pubblicamente.
Per anni Oracle è rimasta un attore meno centrale rispetto ai grandi nomi del cloud. Nell’ultimo anno, però, il quadro è cambiato rapidamente: la società guidata da Larry Ellison è diventata uno dei fornitori più osservati nella corsa alla potenza di calcolo per l’AI, anche grazie al maxi accordo con OpenAI e ai rapporti con clienti come xAI e Meta. È questo salto di scala, più che un rallentamento del business tradizionale, ad aver aperto un problema di cassa molto concreto.
Perché Oracle sta tagliando proprio ora
Il punto non è che Oracle stia andando male in senso classico. Il punto è che sta spendendo moltissimo, e in fretta. A dicembre la società aveva già segnalato che le spese in conto capitale per l’anno fiscale 2026 sarebbero risultate superiori di circa 15 miliardi di dollari rispetto ai 35 miliardi inizialmente indicati, portando di fatto l’asticella intorno ai 50 miliardi. Per un’azienda che deve contemporaneamente costruire infrastrutture, servire clienti giganteschi e rassicurare il mercato sul debito, il margine di manovra si restringe in fretta.
A febbraio Oracle ha anche spiegato di voler raccogliere tra 45 e 50 miliardi di dollari nel 2026 per espandere la capacità della propria infrastruttura cloud, usando una combinazione di debito ed equity. È qui che sono cresciute le preoccupazioni degli investitori, perché il mercato ha iniziato a chiedersi quanto sia sostenibile una corsa così aggressiva, soprattutto dopo che nei primi sei mesi dell’anno fiscale la società ha bruciato circa 10 miliardi di dollari di liquidità.
I tagli non saranno casuali
Secondo quanto emerso, una parte dei licenziamenti sarà rivolta a categorie di lavoro che Oracle considera più esposte alla contrazione causata dall’AI o comunque meno centrali nella nuova architettura aziendale. In altre parole, il gruppo sta spostando risorse verso i data center e l’infrastruttura, e dove vede funzioni ridondanti o meno strategiche potrebbe intervenire con maggiore decisione. Non è ancora chiaro quali reparti saranno colpiti di più, ma il segnale è abbastanza nitido: dentro molte big tech l’AI non sta solo creando nuovi investimenti, sta anche riscrivendo la geografia interna del lavoro.
Oracle, del resto, non parte da una struttura piccola. Nel suo report annuale depositato alla SEC, la società indicava circa 162.000 dipendenti a tempo pieno al 31 maggio 2025, di cui 58.000 negli Stati Uniti e oltre 100.000 all’estero. Quando un gruppo di queste dimensioni parla di migliaia di esuberi, non si tratta di un ritocco marginale, ma di una scelta industriale che cambia il profilo dell’azienda.
Cosa cambia per chi guarda il settore tech
Questa vicenda dice qualcosa di più ampio sul momento che sta vivendo la tecnologia americana. Per mesi il racconto dominante è stato quello di una corsa senza freni sull’intelligenza artificiale, con ordini record, chip, alleanze miliardarie e nuovi campus di server. Adesso sta emergendo l’altra faccia della stessa storia: l’AI costa moltissimo, e non tutte le aziende riescono a finanziare quella crescita senza tagliare altrove.
Per chi lavora nel settore, o semplicemente investe in titoli tech, il messaggio è piuttosto chiaro. L’espansione nell’AI non significa automaticamente più occupazione per tutti, né una crescita lineare e ordinata. In alcuni casi significa l’esatto contrario: più spesa in infrastruttura, più debito, più pressione sui conti e una selezione brutale delle funzioni considerate davvero indispensabili. Oracle pubblicherà i risultati del terzo trimestre a breve, e sarà lì che il mercato proverà a capire se questi tagli sono un intervento difensivo o l’inizio di una fase più scomoda del previsto.








