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Lifestyle

Slow fashion: l’importanza di allestire un guardaroba consapevole

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Negli ultimi anni, una nuova sensibilità si sta diffondendo tra le amanti della moda, che si stanno rapportando al proprio guardaroba con maggiore attenzione. Sempre più consumatrici hanno iniziato a interrogarsi sul valore reale dei capi che acquistano, sulla qualità delle materie prime, sulla durata effettiva dei vestiti che entrano nel loro armadio. Questa riflessione si rifà a una filosofia che ha un nome preciso: lo slow fashion, un movimento che invita a rallentare i ritmi del consumo e a privilegiare la cura della scelta rispetto alla frequenza dell’acquisto.

Quello che inizialmente poteva sembrare un movimento di nicchia si è progressivamente affermato come un vero cambiamento culturale, capace di influenzare le abitudini di acquisto di una fetta crescente del pubblico femminile.

Cos’è lo slow fashion e come riconoscere un capo destinato a durare

Il termine slow fashion è stato coniato nel 2007 dalla studiosa britannica Kate Fletcher, che lo ha proposto sull’esempio del più noto movimento Slow Food fondato in Italia da Carlo Petrini nel 1986. L’intuizione di fondo è stata quella di applicare al mondo dell’abbigliamento gli stessi principi che il movimento gastronomico aveva applicato al cibo: rispetto delle materie prime, attenzione alla provenienza, valorizzazione dell’artigianalità, contrasto alla logica della produzione massificata.

Per individuare capi che rispettano questa filosofia è quindi importante innanzitutto concentrarsi sui tessuti. Le fibre naturali e pregiate come per esempio la lana, il cashmere, l’alpaca, il lino, il cotone organico e la seta hanno una vita utile sensibilmente più lunga rispetto alle fibre sintetiche economiche e mantengono nel tempo le loro caratteristiche di morbidezza, traspirabilità e tenuta. Un capo realizzato con materie prime di valore comunica subito al tatto la sua qualità, mentre un tessuto sintetico di bassa qualità si riconosce per una consistenza piatta e una sensazione meno calda al contatto.

La stessa attenzione si può rivolgere alle lavorazioni costruttive. Le cuciture devono essere regolari, fitte, ben rifinite; le fodere devono essere ben tagliate e adeguate al peso del capo; i bordi devono presentare rifiniture curate. I bottoni cuciti con gambo rinforzato, le asole profilate a mano, le impunture eseguite con precisione sono tutti segnali di una costruzione pensata per durare. Anche l’aplomb del tessuto – il modo in cui il capo cade sul corpo – è un indicatore importante: un capo davvero ben fatto si appoggia alla figura con naturalezza, senza tirare né scivolare in modo scomposto.

Infine, vale la pena osservare la qualità degli accessori funzionali come bottoni, cerniere, ganci. Questi elementi sono spesso i primi a cedere su un capo di scarsa qualità, e la loro robustezza dà un’indicazione affidabile della cura complessiva con cui il prodotto è stato confezionato.

La logica del cost-per-wear: perché spendere bene conviene davvero

Optare per capi realizzati con materie prime nobili e con lavorazioni accurate significa fare un vero e proprio investimento di cui beneficiare sul lungo periodo.

Il concetto che meglio aiuta a comprendere come sia possibile è quello di cost-per-wear, ovvero il costo per singolo utilizzo. Per calcolarlo basta dividere il prezzo del capo per il numero di volte in cui verrà effettivamente indossato lungo la sua vita utile. Un capo economico ma fragile, indossato per una sola stagione e poi scartato a causa dell’usura, presenta un costo per utilizzo sorprendentemente alto, perché il prezzo iniziale si distribuisce su un numero limitato di occasioni d’uso. Un capo di qualità, al contrario, anche partendo da un prezzo iniziale più importante, abbassa drasticamente il proprio costo per utilizzo grazie alla sua longevità.

Chi compra meno ma compra meglio finisce per contenere la spesa, perché evita l’acquisto periodico di capi destinati a essere rapidamente sostituiti. 

Il cappotto: un esempio emblematico dell’impatto dello slow fashion

All’interno del guardaroba femminile, il cappotto rappresenta senza dubbio uno di quei capi per cui risulta prioritario guardare allo slow fashion.

Il motivo va cercato innanzitutto nella sua stessa natura, dato che esso viene sottoposto con elevata frequenza agli agenti atmosferici e a sollecitazioni continue: pioggia, neve, umidità, sbalzi termici tra il freddo esterno e il caldo dei luoghi chiusi, sfregamento contro borse a tracolla e cinture di sicurezza, appoggi su sedie e ganci di guardaroba pubblici. 

Su un capo di scarsa qualità queste sollecitazioni si traducono molto rapidamente in danni visibili: le cuciture cedono nei punti di maggiore tensione, il tessuto inizia a fare pilling, le fodere si strappano, i bottoni saltano, le spalle perdono la loro forma. Spesso bastano un paio di stagioni perché un cappotto economico arrivi a primavera in condizioni già visibilmente compromesse.

Di conseguenza, chi acquista un cappotto di bassa qualità si trova costretto a sostituirlo dopo poco tempo, alimentando esattamente quel ciclo di acquisti ripetuti contro cui la filosofia slow fashion si batte. Un cappotto ben realizzato, invece, attraversa gli inverni senza danneggiarsi, mantenendo intatto il suo fascino. Tra le proposte che meglio incarnano questa filosofia si trovano i cappotti da donna di Cinzia Rocca, dove la maestria sartoriale italiana dà vita a capispalla pensati per accompagnare chi li indossa lungo molti inverni. 

Slow fashion e impatto collettivo: oltre il guardaroba personale

Adottare la filosofia slow fashion produce benefici evidenti sul piano personale, ma le sue conseguenze si estendono ben oltre la dimensione individuale. Quando un numero crescente di consumatrici inizia a ragionare in questi termini, gli effetti si propagano lungo l’intera filiera dell’abbigliamento, modificando equilibri produttivi che il modello dominante del fast fashion aveva contribuito a deteriorare nel corso degli ultimi decenni.

Le ricadute più immediate riguardano l’ambiente. L’industria della moda è oggi una delle più impattanti al mondo, responsabile di una quota significativa delle emissioni globali di CO2 e di un consumo idrico che ammonta a decine di miliardi di metri cubi all’anno. A questo si aggiunge la questione dei rifiuti tessili, con enormi quantità di capi che ogni anno finiscono in discarica o vengono inceneriti. Una scelta orientata alla durabilità incide direttamente su questi numeri, perché meno acquisti significano meno produzione e meno smaltimento.

Esiste poi un risvolto che tocca la manifattura artigianale. Sostenere capi realizzati con cura significa indirettamente sostenere un modello produttivo che valorizza competenza, formazione e tradizione locale, mantenendo vive realtà che altrimenti rischierebbero di scomparire sotto la pressione dei colossi industriali che producono in paesi a basso costo del lavoro. A questo si lega infine la dimensione sociale: privilegiare capi realizzati secondo standard più elevati contribuisce a un mercato che riconosce dignità e giusta remunerazione a chi lavora lungo la catena produttiva, in contrasto con le condizioni precarie che hanno reso il fast fashion oggetto di numerose inchieste internazionali.

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