L’Assemblea Legislativa dell’Umbria ha approvato a maggioranza una legge regionale sul suicidio medicalmente assistito, al termine di un iter che ha attraversato la commissione e l’aula con voti netti, astensioni significative e l’assenza della presidente della Regione. Un voto che riapre il dibattito su un tema che il Parlamento nazionale non ha ancora affrontato con una legge organica, lasciando alle regioni uno spazio — politicamente e giuridicamente delicato — in cui muoversi.
Il voto del 23 ottobre: chi ha detto sì, chi no, chi si è astenuto
L’assemblea ha votato il 23 ottobre 2026, tre giorni dopo che la Terza Commissione aveva dato il via libera al testo, il 20 ottobre. A sostenere la legge sono stati i gruppi di PD, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Contro si sono schierati Forza Italia e Fratelli d’Italia, mentre Pernazza, Melasecche e Arcudi hanno scelto l’astensione.
L’elemento più discusso della giornata, però, è stato un’assenza: la presidente Stefania Proietti non ha partecipato al voto. Una scelta che non è passata inosservata, soprattutto considerando che Proietti era stata ascoltata dalla commissione nelle settimane precedenti, durante le quali aveva ragionato ad alta voce sulla giurisprudenza costituzionale in materia e sull’urgenza di una legge nazionale che metta ordine in un quadro normativo frammentato.
In quella stessa sessione aveva preso parte ai lavori anche Emanuele Ciotti, direttore generale di Usl Umbria 1, a testimonianza che il confronto non si è limitato alla sfera politica ma ha coinvolto anche chi gestisce concretamente i servizi sanitari sul territorio.
Dignità e autonomia: i principi alla base della legge
Il testo approvato si fonda su due concetti cardine: la dignità umana e l’autonomia del paziente. Non si tratta di una legge che introduce il suicidio medicalmente assistito come pratica libera e incondizionata, ma di una norma regionale che cerca di definire un quadro di riferimento per situazioni in cui una persona, in condizioni di sofferenza intollerabile e irreversibile, chiede di poter scegliere il momento e il modo della propria morte.
È un terreno su cui la Corte Costituzionale italiana si è già espressa — con la sentenza n. 242 del 2019, che ha depenalizzato l’aiuto al suicidio in presenza di specifiche condizioni — ma che il legislatore nazionale non ha ancora tradotto in norme positive. Questo vuoto ha spinto alcune regioni a muoversi autonomamente, con leggi che cercano di dare attuazione ai principi fissati dalla Consulta a livello locale.
La tensione tra chi ritiene che questa materia appartenga esclusivamente allo Stato e chi invece vede nelle regioni un motore di innovazione legislativa è esattamente il nodo che la presidente Proietti aveva sollevato in commissione: serve una legge nazionale, ha detto, che garantisca uniformità di accesso e tutele su tutto il territorio.

Il nodo della competenza regionale
La questione non è solo politica. Approvare una legge regionale sul suicidio medicalmente assistito espone la norma a possibili impugnazioni davanti alla Corte Costituzionale, che potrebbe ritenere la materia riservata alla competenza esclusiva dello Stato in quanto afferente all’ordinamento civile e alla tutela della salute in senso ampio.
Non è un rischio teorico. Leggi regionali su temi analoghi sono già state impugnate in passato, e il destino del testo umbro dipenderà in parte dalla reazione del Governo nazionale. Forza Italia e Fratelli d’Italia, che si sono opposti in aula, potrebbero sostenere un ricorso.
Eppure, anche se la legge venisse bloccata in sede giurisdizionale, il voto dell’Assemblea dell’Umbria avrebbe comunque un peso politico: segnala una domanda sociale che cresce, una pressione dal basso che i partiti di centrosinistra hanno scelto di intercettare, e una distanza crescente tra il dibattito nei territori e l’immobilismo di Roma su questo tema.
Perché la posizione di Proietti conta
L’assenza della presidente al voto è un gesto che si presta a letture diverse. Proietti guida una giunta di centrosinistra — la stessa maggioranza che ha votato la legge — ma ha una storia personale e politica legata al mondo cattolico, che rende la sua posizione sul fine vita più articolata di quanto una semplice appartenenza partitica possa suggerire.
Non partecipare al voto non significa opporsi: è una forma di distanza che preserva la sua autonomia senza rompere con la coalizione. Ha però scelto di essere presente nel dibattito in commissione, dove ha posto domande concrete: chi garantisce l’accesso uniforme? Chi forma il personale sanitario? Come si tutela l’obiezione di coscienza dei medici? Sono domande legittime che una legge regionale, per sua natura, può solo parzialmente rispondere.
Il voto dell’Umbria aggiunge un tassello a un mosaico ancora incompleto. Finché il Parlamento non interverrà con una legge nazionale sul suicidio medicalmente assistito, ogni regione che approva una norma propria contribuisce a costruire — o a rendere più evidente — la pressione su Roma. E ogni assenza al voto, come quella di Proietti, racconta quanto questo tema continui a dividere anche dentro le coalizioni che lo sostengono.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








