La pensione di reversibilità è uno dei temi più delicati del sistema previdenziale italiano, soprattutto per chi vive in coppia e vuole capire quali tutele spettano in caso di decesso del partner.
Negli ultimi anni il diritto di famiglia è cambiato profondamente, ma la normativa previdenziale è rimasta più rigida. E così, mentre l’opinione pubblica tende a considerare matrimonio, unione civile e convivenza come situazioni quasi equivalenti, l’INPS continua a distinguere nettamente tra chi ha formalizzato il proprio legame e chi no.
Pensione di reversibilità anche alle coppie che vivono insieme
La circolare INPS n. 6 del 30 gennaio 2026 lo ribadisce con chiarezza: la pensione di reversibilità spetta solo a coniugi e partner uniti civilmente. Le convivenze di fatto, anche se registrate all’anagrafe, restano escluse. La grande svolta normativa è arrivata con la Legge Cirinnà del 2016, che ha riconosciuto le unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplinato le convivenze di fatto. Un passo avanti importante, che ha ridefinito il concetto di famiglia nel nostro ordinamento.
Tuttavia, sul fronte previdenziale, la distinzione rimane netta. La reversibilità è legata all’esistenza di un vincolo giuridico che comporti obblighi di assistenza e solidarietà reciproca. Il matrimonio e l’unione civile li prevedono espressamente; la convivenza, invece, no.
La Corte Costituzionale lo ha confermato più volte. Con la sentenza n. 461 del 2000 ha stabilito che la convivenza “more uxorio” non può essere equiparata al matrimonio, proprio perché non comporta gli stessi doveri giuridici. Anche i tentativi più recenti di modificare la normativa, attraverso emendamenti alla Legge di Bilancio, non hanno cambiato la sostanza: la reversibilità resta un diritto riservato solo a chi è sposato o unito civilmente.
Per le unioni civili, invece, la tutela è totale. La legge del 2016 ha previsto un’equiparazione completa ai diritti e ai doveri matrimoniali, compresa la pensione ai superstiti. Una scelta coerente con la giurisprudenza europea e con la necessità di evitare discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. In caso di decesso del partner, quindi, il superstite unito civilmente ha diritto alla reversibilità esattamente come un coniuge.

Nonostante la normativa sia chiara, la giurisprudenza ha talvolta riconosciuto la reversibilità anche ai conviventi. Si tratta però di casi eccezionali, in cui il superstite è riuscito a dimostrare:
- una convivenza stabile e duratura
- una dipendenza economica reale
- un legame assimilabile, nei fatti, a quello matrimoniale
Non è un diritto automatico, ma una possibilità che passa attraverso il giudizio dei tribunali. La durata della convivenza, in questi casi, non è un requisito formale, ma un elemento probatorio fondamentale. C’è però un ambito in cui la convivenza prematrimoniale assume un valore giuridico preciso: la ripartizione della pensione di reversibilità tra coniuge superstite ed ex coniuge divorziato. Se il defunto lascia un coniuge attuale o un ex coniuge titolare di assegno divorzile.
il tribunale deve stabilire le quote spettanti a ciascuno. In questa valutazione, l’art. 9 della legge sul divorzio impone di considerare anche gli anni di convivenza che hanno preceduto il matrimonio. In altre parole, se una coppia ha convissuto a lungo prima di sposarsi, quel periodo può incidere sulla quota di reversibilità assegnata al coniuge superstite. È un riconoscimento indiretto del valore della convivenza, che però non basta a far scattare il diritto alla pensione in assenza di matrimonio o unione civile.
Il messaggio della normativa è chiaro: chi vive in convivenza di fatto non ha diritto alla reversibilità, salvo rarissime eccezioni giudiziarie. Chi desidera tutelare il partner deve quindi valutare la possibilità di formalizzare il legame attraverso matrimonio o unione civile. La reversibilità resta uno strumento di protezione familiare fondamentale, pensato per garantire continuità economica dopo la perdita del partner. E oggi più che mai, conoscere le regole è essenziale per non trovarsi scoperti nel momento più difficile.