Quasi quattro milioni di fossili marini, un modello di intelligenza artificiale e una conclusione che riscrive decenni di paleontologia: la ricerca condotta dalla Nanjing University e presentata al convegno della Geological Society of America a Denver nell’ottobre 2026 suggerisce che tre delle cinque grandi estinzioni di massa della storia della Terra siano avvenute in modo molto più graduale di quanto la comunità scientifica avesse finora ritenuto. I risultati sono stati riportati anche da Nature, segnale che il lavoro è già entrato nel dibattito scientifico di primo piano.
Perché le estinzioni di massa erano considerate eventi improvvisi
Nella narrazione classica della paleontologia, le estinzioni di massa sono sempre state descritte come catastrofi geologicamente istantanee: eventi brutali che spazzano via la maggior parte delle specie in un lasso di tempo brevissimo rispetto alla scala geologica. Questa visione si è consolidata nel corso del Novecento, alimentata da scoperte spettacolari come quella dell’impatto meteoritico associato alla scomparsa dei dinosauri non aviari.
Il problema, però, è strutturale. I dati fossili tradizionali soffrono di quello che i paleontologi chiamano Signor-Lovejoy effect: l’ultimo fossile ritrovato di una specie non coincide necessariamente con la sua vera estinzione, ma semplicemente con il limite della documentazione disponibile. Questo bias sistematico ha storicamente compresso le stime temporali, facendo sembrare le estinzioni più rapide e sincrone di quanto fossero in realtà.
Il ruolo del modello OneStrata nell’analisi dei fossili
Per aggirare questi limiti, il team della Nanjing University ha impiegato OneStrata, un modello di intelligenza artificiale sviluppato appositamente per elaborare grandi quantità di dati stratigrafici. La scelta di puntare sull’IA non è stata casuale: analizzare manualmente quasi quattro milioni di record fossili sarebbe stato impraticabile, e soprattutto avrebbe replicato gli stessi errori interpretativi del passato.
OneStrata ha permesso di stimare la comparsa e l’estinzione di oltre 110.000 specie nell’arco degli ultimi 540 milioni di anni — un intervallo che copre l’intero Fanerozoico, cioè tutta la storia della vita complessa sul nostro pianeta. La capacità di incrociare milioni di occorrenze fossili con la stratigrafia geologica ha consentito di ricalibrare le finestre temporali in modo statisticamente molto più robusto rispetto ai metodi tradizionali.
Il risultato è che, riesaminando le cinque grandi estinzioni di massa riconosciute dalla scienza, tre di esse mostrano un profilo temporale sensibilmente più diluito di quanto le stime precedenti indicassero. Le estinzioni, in questi casi, non sarebbero avvenute in un singolo impulso catastrofico, ma si sarebbero sviluppate in fasi successive, con la perdita di biodiversità distribuita su un arco di tempo più lungo.
Cosa cambia per la comprensione della biodiversità

Le implicazioni di questa revisione sono tutt’altro che accademiche. Se le estinzioni di massa sono state più graduali, significa che gli ecosistemi del passato hanno avuto a disposizione finestre temporali più ampie per rispondere agli stress ambientali — e che alcune specie potrebbero essersi estinte non per un singolo evento traumatico, ma per l’accumulo progressivo di pressioni diverse.
Questo cambia anche il modo in cui gli scienziati interpretano la resilienza biologica: un’estinzione distribuita nel tempo implica che le specie sopravvissute abbiano attraversato periodi prolungati di declino, non soltanto un filtro improvviso. La distinzione è rilevante per capire quali meccanismi evolutivi favoriscono la sopravvivenza in condizioni di stress cronico rispetto a quelli che consentono di superare uno shock puntuale.
C’è poi una dimensione metodologica importante. La ricerca dimostra che l’intelligenza artificiale può correggere distorsioni sistemiche nei dati paleontologici che i metodi statistici classici non riescono a eliminare completamente. Analizzare quasi quattro milioni di fossili con un approccio computazionale di questa scala era semplicemente fuori portata fino a pochi anni fa.
Un precedente per la paleontologia computazionale
Il lavoro presentato a Denver segna un punto di svolta anche per come la disciplina usa i propri archivi di dati. Il registro fossile globale è immenso, ma frammentato: è distribuito tra musei, università e banche dati digitali in tutto il mondo, con standard di catalogazione spesso incompatibili. Modelli come OneStrata possono fungere da strumenti di integrazione, capaci di estrarre segnali coerenti da un materiale altrimenti difficile da comparare su scala planetaria.
La presentazione alla Geological Society of America e la copertura su Nature suggeriscono che la comunità scientifica stia prendendo sul serio questa direzione. Non si tratta soltanto di riscrivere la cronologia delle estinzioni di massa: si tratta di dotare la paleontologia di strumenti analitici all’altezza della complessità dei dati disponibili.
Restano aperte domande importanti — su quali meccanismi abbiano determinato la gradualità nei singoli eventi, su come le diverse estinzioni si distinguano tra loro nei nuovi profili temporali — ma il punto di partenza è ora molto più solido. Mezzo miliardo di anni di storia della vita riletti attraverso quattro milioni di fossili e un algoritmo: è da qui che la paleontologia del prossimo decennio dovrà ripartire.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








