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Lavoro

Dazi Usa, ExportUsa spiega cosa cambia per le imprese e come calcolarli da oggi

Manager in ufficio doganale controlla documenti con laptop, campione metallico e raccoglitore “Export Invoices” sul tavolo
Documenti e campione industriale su una scrivania in un ufficio doganale, simbolo del ricalcolo dei dazi Usa per l’export italiano.

Dal 24 luglio 2026, negli Stati Uniti, cambiano le regole sui dazi d’importazione per i prodotti provenienti da Italia ed Europa perché scadono le misure temporanee della Section 122 ed entrano in vigore i nuovi criteri della Section 301, con un effetto che, secondo Lucio Miranda, presidente di ExportUsa, può ridurre il peso dei costi doganali per molte imprese esportatrici. La novità riguarda il modo in cui viene calcolato il dazio complessivo: non più un’aggiunta secca al dazio base, ma un tetto massimo che modifica, in concreto, il conto finale per chi vende sul mercato americano.

Dazi Usa, cosa cambia per le imprese italiane

Per le aziende italiane che esportano negli Stati Uniti, la modifica non è solo tecnica. Fino a ieri, ha spiegato Lucio Miranda, il dazio temporaneo previsto dalla Section 122, in vigore dal 24 febbraio, si sommava al dazio base Mfn — acronimo di Most Favored Nation — applicato al singolo prodotto. Da oggi, invece, con la Section 301, il dazio complessivo viene ricondotto a un limite massimo del 10%.

“Cambia la normativa sui dazi d’importazione Usa per i prodotti provenienti da Italia ed Europa. Un aggiornamento che porta una notizia migliorativa per le nostre imprese esportatrici”, ha detto Miranda, presidente di ExportUsa, società di consulenza che affianca le imprese italiane nell’ingresso e nello sviluppo commerciale negli Stati Uniti. La differenza, in apparenza sottile, incide però sui margini: soprattutto nei settori dove il dazio base era già presente, ma non troppo elevato.

Il passaggio dalla Section 122 alla Section 301

Il punto centrale è il metodo di calcolo. Con la Section 122, il dazio del 10% veniva applicato in aggiunta al dazio Mfn, facendo salire il prelievo complessivo anche oltre la soglia a doppia cifra. Con la Section 301, invece, quel 10% diventa un tetto complessivo: se il dazio base è inferiore, viene aggiunta solo la quota necessaria per arrivare al limite; se è già superiore, non si aggiunge nulla.

Miranda lo ha chiarito con un esempio pratico, quello di un compressore industriale con dazio Mfn del 4,2%. “Fino a ieri, con la Section 122, si applicava il 4,2% di dazio base più il 10% aggiuntivo, per un totale del 14,2%. Da oggi, con la Section 301, si applica il 4,2% più un’integrazione del 5,8%, arrivando al 10% complessivo”, ha spiegato. Numeri semplici, ma decisivi quando si ragiona su container, listini e contratti già firmati.

Per i prodotti con dazio Mfn già superiore al 10%, la logica cambia ancora. In quel caso, ha precisato Miranda, il dazio aggiuntivo previsto dalla Section 301 è pari a zero: resta soltanto il dazio base. Un passaggio che molte imprese dovranno verificare voce per voce, codice doganale alla mano, perché l’impatto non sarà identico per tutte le categorie merceologiche.

Effetti sui costi di importazione negli Stati Uniti

Secondo ExportUsa, il nuovo assetto può rappresentare una riduzione concreta dei costi di importazione sul mercato americano rispetto al regime temporaneo appena scaduto. Non significa che i dazi spariscano, né che l’esportazione verso gli Usa diventi priva di ostacoli. Significa, più semplicemente, che per diversi prodotti il carico doganale totale potrebbe scendere rispetto ai mesi precedenti.

“Rispetto sia alla Section 122, sia ai precedenti dazi reciproci Ieepa che fissavano il tetto al 15%, la misura entrata in vigore oggi garantisce una riduzione sensibile dei costi di importazione sul mercato americano”, ha assicurato Miranda. La parola chiave, per le imprese, resta però una: calcolo. Perché un dazio ridotto può modificare il prezzo finale, la competitività sullo scaffale e, in alcuni casi, la sostenibilità di una fornitura continuativa.

Nelle aziende esportatrici, il tema arriva in un momento in cui i rapporti commerciali con gli Stati Uniti restano centrali per molte filiere italiane: meccanica, componentistica, arredo, alimentare trasformato, beni industriali. Non tutte saranno coinvolte allo stesso modo. Alcune potranno beneficiare subito del nuovo tetto; altre dovranno attendere verifiche doganali più puntuali, magari con il supporto di consulenti e spedizionieri.

Perché il nuovo tetto al 10% conta per l’export europeo

Il passaggio al tetto del 10% conta perché riduce l’incertezza su una parte del costo di accesso al mercato americano. Per un’impresa italiana, soprattutto se medio-piccola, sapere in anticipo quanto peserà il dazio su una spedizione può fare la differenza tra confermare un ordine e rinegoziare il prezzo. E negli Stati Uniti, dove distribuzione e logistica hanno costi elevati, ogni punto percentuale pesa.

La novità non cancella la necessità di attenzione. Le imprese dovranno controllare il corretto inquadramento doganale dei prodotti, verificare il dazio Mfn applicabile e aggiornare i preventivi destinati a importatori, distributori e clienti finali. Solo allora il beneficio potrà essere misurato davvero, senza affidarsi a stime troppo generiche.

Per ora, il messaggio che arriva da ExportUsa è netto: il cambio di normativa sui dazi Usa rappresenta un alleggerimento rispetto al regime precedente. Non una svolta totale, ma un aggiustamento favorevole. In un mercato dove l’export italiano continua a cercare spazio tra concorrenza, cambio euro-dollaro e costi logistici, anche questo può contare.

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