Capannoni chiusi da decenni, piazzali crepati dove cresce l’erba tra le crepe, terreni che nessuno può toccare senza un’autorizzazione. In Italia esistono ancora decine di aree così: la cicatrice lasciata da fabbriche, raffinerie e depositi che hanno chiuso i cancelli molto prima di chiudere il conto con l’ambiente. Quello che succede a questi terreni, tra un cartello di divieto e l’altro, è una delle storie meno raccontate dell’economia circolare italiana.
Un patrimonio di terra che l’Italia non riesce ancora a restituire
I Siti di Interesse Nazionale, i SIN, sono le aree individuate per legge come le più critiche del Paese per rischio sanitario ed ecologico: oggi sono 42, per un totale di circa 148.000 ettari di terra e altri 77.000 ettari di aree a mare, secondo l’aggiornamento del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica su dati di giugno 2025. Dentro questo elenco ci sono nomi che chiunque ha sentito almeno una volta: Porto Marghera, Bagnoli, Priolo, Taranto. Un secolo di industria italiana, e altrettanti decenni di terreno che nessuno ha più potuto usare per altro.
La notizia positiva è che tra il 2023 e il 2025 oltre 100.000 ettari sono usciti dal perimetro dei SIN perché bonificati o deperimetrati: circa il 40% delle superfici che vi rientravano fino a poco tempo fa. È un’accelerazione reale rispetto al passato, ma lascia comunque scoperta una parte consistente del problema, ed è solo la fotografia italiana di un fenomeno molto più grande.
Il caso più raccontato: Bagnoli
Tra i 42 SIN, quello di Bagnoli è probabilmente il più noto al grande pubblico. L’ex stabilimento siderurgico Italsider ha chiuso nel 1992, e da allora l’area a ovest di Napoli è rimasta bloccata tra progetti annunciati e cantieri fermi. Oggi la bonifica dei suoli conta oltre 300 milioni di euro stanziati, in gran parte destinati al soil washing del terreno contaminato, mentre le operazioni di rimozione e capping della colmata a mare procedono in vista della balneabilità dell’area. Il termine dei lavori, fissato inizialmente al 2030, è stato anticipato al 2026-2027 anche per rispettare gli impegni legati all’America’s Cup che si terrà a Napoli. Al posto dell’acciaieria è previsto un parco urbano con spiagge, verde e aree sportive: più di trent’anni dopo la chiusura dello stabilimento, ma è comunque un punto di arrivo che fino a pochi anni fa sembrava lontano.
Un problema europeo, non solo italiano
Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), in Europa si stimano circa 2,8 milioni di siti potenzialmente contaminati. Di questi, solo un terzo circa è stato finora identificato con certezza, e appena il 15% è già stato bonificato. Con il ritmo di intervento attuale, l’EEA stima che servano tra 10 e 47 anni per completare le bonifiche attese, a seconda di quanto velocemente ogni Paese riesce a tenere il passo. Il costo complessivo della gestione dei siti contaminati in Europa è stimato in circa 6,5 miliardi di euro l’anno, tra fondi pubblici e investimenti privati.
Numeri che spiegano perché il tema non riguarda solo chi vive vicino a un ex stabilimento: ogni ettaro bloccato da una contaminazione è terreno che resta fermo, mentre la pressione sul suolo disponibile in Europa continua a crescere.
Bonificare non vuol dire solo “ripulire”
Il percorso per restituire un terreno contaminato non è un’operazione unica, ma un iter definito dal D.Lgs. 152/06, il Testo Unico Ambientale: caratterizzazione del sito, analisi del rischio sanitario e ambientale, progetto di bonifica, esecuzione degli interventi e infine collaudo. Solo a quel punto un terreno può considerarsi effettivamente bonificato, e non semplicemente “messo in sicurezza” in attesa di un intervento definitivo, distinzione che nei siti più complessi si trascina spesso per anni.
Un passaggio importante riguarda anche il materiale che esce da questi interventi. L’articolo 184-ter dello stesso decreto stabilisce quando un rifiuto smette legalmente di essere tale: se il materiale trattato rispetta i criteri stabiliti, può uscire dalla filiera dei rifiuti e tornare a circolare come prodotto, invece di finire comunque in discarica dopo essere stato “solo” ripulito.
Come si separa l’inquinante dal terreno
Il principio tecnico alla base di molte bonifiche moderne è più semplice di quanto sembri: i contaminanti, che siano idrocarburi, metalli pesanti o composti organici persistenti come i PCB, si legano preferenzialmente alle particelle più fini del terreno, limi e argille. I sistemi di lavaggio industriale isolano e concentrano proprio queste particelle contaminate in un volume molto più piccolo, separandole dalla frazione inerte e pulita, che può così tornare a essere un materiale da costruzione certificato invece di un rifiuto da smaltire.
In alcuni casi, come nella tecnologia di trattamento dei terreni di bonifica e dei materiali di dragaggio messa a punto da operatori specializzati del settore, lo stesso impianto e lo stesso principio si applicano anche ai sedimenti estratti da fondali marini, corsi d’acqua e bacini portuali, adattando il processo alla natura specifica del materiale di dragaggio. È un dettaglio che conta: gli impianti mobili autorizzati a operare su tutto il territorio nazionale, ai sensi dell’articolo 208 comma 15 del D.Lgs. 152/06, possono raggiungere il sito contaminato invece di richiedere lo spostamento del materiale, riducendo tempi e trasporti su un tipo di intervento che già di per sé richiede anni.
I numeri di recupero, quando il processo funziona a dovere, non sono marginali: oltre l’80% del materiale trattato può uscire dall’impianto come prodotto certificato End of Waste, con sabbia e ghiaia conformi alle norme UNI EN di settore e utilizzabili in edilizia al posto degli inerti estratti da cava. La quota esatta dipende dalla granulometria del terreno di partenza e dal tipo di contaminazione, ma il principio resta lo stesso: meno materiale in discarica, meno cava scavata altrove.
Cosa significa davvero una seconda vita
Quando un ex sito industriale completa questo percorso, cambia più di un’etichetta catastale. Il terreno può tornare a ospitare un insediamento produttivo, diventare un’area residenziale o commerciale, oppure trasformarsi in parco urbano, a seconda della destinazione decisa dagli enti locali. In un momento in cui l’Unione Europea spinge sempre più verso il consumo di suolo netto pari a zero entro il 2050, ogni ettaro bonificato e restituito equivale a un ettaro di terreno vergine che non viene toccato altrove.
C’è anche un ritorno economico che spesso resta sullo sfondo: il materiale inerte recuperato e certificato sostituisce quello estratto da cava, con un doppio beneficio ambientale, meno rifiuti in discarica e meno prelievo di risorse naturali.
Il punto dove siamo
Centomila ettari restituiti in tre anni sono un segnale concreto che il modello funziona, non la prova che il problema sia superato. In Italia restano ancora decine di migliaia di ettari dentro i SIN aperti, e in Europa la maggior parte dei 2,8 milioni di siti potenzialmente contaminati non è stata nemmeno censita con certezza. La differenza, nei prossimi anni, la farà la velocità con cui questi terreni smetteranno di essere un problema da recintare e torneranno a essere semplicemente terra utilizzabile.








