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Lavoro

Quando il lavoro non convince più: perché il dubbio arriva spesso dopo i 35 anni

uomo seduto alla scrivania in ufficio con espressione stressata mentre riflette sulla propria carriera lavorativa
Molti professionisti tra i 35 e i 45 anni iniziano a rimettere in discussione il proprio percorso lavorativo - leonardo.it

Dopo i 35 anni molte persone iniziano a guardare la propria carriera con occhi diversi, non perché prima non ci avessero pensato, ma perché a quell’età si sommano esperienza, stanchezza, responsabilità familiari e una percezione più concreta del tempo che passa.

È il momento in cui il lavoro smette di essere solo una traiettoria da seguire e diventa una domanda più scomoda. Ha ancora senso restare qui? Sto imparando qualcosa che mi servirà domani? Quello che guadagno, quello che sacrifico e quello che ricevo in cambio sono ancora in equilibrio?

Le fonti internazionali non raccontano tutte la stessa storia con un unico numero, ma convergono su un punto preciso: tra i 35 e i 44 anni il percorso professionale entra spesso in una fase delicata, in cui si incrociano mobilità, bisogno di aggiornamento, qualità del lavoro e ricerca di un equilibrio più sostenibile.

Tra i 35 e i 44 anni il lavoro cambia faccia

L’OECD descrive la fase di metà carriera come un passaggio critico del ciclo professionale. È l’età in cui una persona ha già accumulato competenze, conosce meglio i limiti del proprio settore e allo stesso tempo deve fare i conti con un mercato che corre più veloce di quanto facesse dieci o quindici anni fa.

Non è solo una questione psicologica. È anche una questione strutturale. Il World Economic Forum stima che entro il 2030 il 22% dei lavori sarà interessato da trasformazioni profonde, con 170 milioni di nuovi ruoli creati e 92 milioni destinati a scomparire o ridursi. Nello stesso quadro, quasi il 40% delle competenze richieste sul lavoro è destinato a cambiare. In pratica, anche chi oggi ha un posto stabile non può dare per scontato che le competenze attuali bastino ancora tra cinque anni.

È qui che il tema dei 35 anni diventa interessante. Non perché esista una soglia magica, ma perché questa fascia d’età si trova nel punto esatto in cui l’esperienza è ormai solida ma il resto della carriera è ancora lungo. Restare fermi può diventare rischioso quanto cambiare.

Il problema è che proprio in questa fase si studia meno

Il paradosso è evidente. Il momento in cui servirebbe investire di più su formazione e riqualificazione coincide spesso con quello in cui è più difficile farlo. L’Eurostat mostra che nella UE la partecipazione a istruzione e formazione nel 2022 è stata del 56,5% tra i 25-34 anni, del 49,9% tra i 35-44 e del 46,2% tra i 45-54.

L’OECD, guardando al mondo della metà carriera, segnala un calo della partecipazione all’apprendimento legato al lavoro man mano che l’età avanza. Il punto è quasi brutale nella sua semplicità: quando il mercato chiede di aggiornarsi, molte persone tra lavoro, famiglia e carichi quotidiani hanno meno tempo, meno energia e spesso meno strumenti per farlo davvero.

Fascia d’età Partecipazione a formazione o istruzione nell’ultimo anno (UE, 2022)
25-34 anni 56,5%
35-44 anni 49,9%
45-54 anni 46,2%
55-64 anni 35,4%

Questo dato pesa molto più di quanto sembri. Perché chi a 38 o 42 anni sente che il proprio lavoro non è più abbastanza sostenibile o interessante, spesso si trova davanti a un bivio complesso: cambiare richiede formazione, ma la fase della vita rende la formazione più difficile.

Perché si lascia davvero un lavoro

Quando si parla di cambio di carriera si tende a semplificare tutto con formule facili, come la ricerca della felicità o il desiderio di seguire le proprie passioni. In realtà, le motivazioni che emergono dai dati sono molto più concrete.

L’OECD, riportando i risultati della AARP Global Employee Survey su 12 Paesi, indica tre ragioni principali dietro il cambio di lavoro negli ultimi anni: bassa retribuzione, sensazione di essere sottovalutati e mancanza di prospettive di avanzamento. Non è romanticismo professionale, è qualità del lavoro.

Motivo del cambio di lavoro Quota di lavoratori che lo indica
Bassa paga 29%
Sentirsi sottovalutati 27%
Poche possibilità di crescita 23%

Questi numeri aiutano a capire meglio perché la metà carriera sia così delicata. A 25 anni si tende ad accettare più facilmente un lavoro imperfetto in cambio di esperienza. A 38 o 40 anni il ragionamento cambia. Il tempo pesa di più, lo stipendio conta di più, la flessibilità conta di più, e anche il riconoscimento conta di più.

In Italia la qualità del lavoro continua a fare la differenza

I dati Istat aiutano a tradurre questo discorso nella realtà italiana. Nel 2023 la quota di occupati soddisfatti del proprio lavoro risultava molto diversa a seconda del tipo di professione: tra le professioni qualificate si saliva al 60,1%, mentre nei lavori non qualificati si scendeva al 34,4%. Anche la percezione di insicurezza cambia parecchio: 3,1% tra le professioni qualificate contro 7,2% tra quelle non qualificate.

Non è un dettaglio. Significa che quando si discute di persone che a un certo punto rimettono in discussione la propria posizione, non si sta parlando solo di ambizione o voglia di cambiare vita. Spesso si parla di un equilibrio che non regge più, soprattutto dove il lavoro offre poco riconoscimento, bassa crescita e una sensazione più forte di precarietà.

La metà carriera non è una parentesi, è una verifica

C’è poi un punto che torna in molte analisi internazionali e che merita attenzione. L’OECD osserva che i lavoratori di metà carriera e più avanti con l’età che hanno cambiato lavoro dichiarano livelli di soddisfazione più alti rispetto ai coetanei che non lo hanno fatto. Non vuol dire che cambiare convenga sempre, né che ogni cambiamento finisca bene. Vuol dire però che, in una parte dei casi, la mobilità non è il sintomo di una fragilità ma la risposta a un problema reale.

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