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Addio al comandante Alfa, il fondatore del Gis che ha fatto la storia dei carabinieri

Uniforme piegata con berretto e guanti in pelle su un tavolo, con un fiore bianco e bandiera italiana sfocata
Una divisa piegata con berretto e guanti, accanto a un fiore bianco, richiama il ricordo del comandante Alfa e del Gis dei carabinieri.

È morto domenica sera, all’età di 75 anni, il comandante Alfa, carabiniere originario di Castelvetrano e tra i fondatori del Gis dei carabinieri, reparto speciale dell’Arma nato per fronteggiare terrorismo e crisi ad alto rischio. La notizia è stata diffusa dal suo profilo ufficiale Instagram, con un messaggio firmato da chi gli era vicino: «Con immenso dolore comunichiamo la scomparsa del comandante Alfa». La sua identità, per ragioni operative e di sicurezza, è rimasta segreta per tutta la vita pubblica.

Addio al comandante Alfa, volto segreto del Gis dei carabinieri

Il comandante Alfa era un luogotenente dell’Arma dei Carabinieri, un sottufficiale che aveva attraversato alcune delle pagine più delicate della sicurezza italiana senza mai mostrare il proprio volto. Per decenni il suo nome è rimasto coperto, sostituito da quel nome in codice — Alfa — diventato familiare al pubblico solo negli anni successivi, quando iniziò a raccontare la propria esperienza in libri, incontri e testimonianze.

Nel post pubblicato sui social si legge che «ci lascia un uomo speciale, che ha saputo donare affetto, valori e ricordi». Parole semplici, quasi domestiche, per una figura abituata invece al silenzio operativo, alle partenze improvvise, alle consegne sussurrate. Chi lo ha conosciuto lo descriveva come un militare severo nella disciplina, ma capace di parlare ai ragazzi senza retorica: “Il coraggio non è incoscienza”, ripeteva spesso durante gli incontri pubblici.

Dalla nascita del Gis alla rivolta nel carcere di Trani

Il nome del comandante Alfa è legato alla fondazione del Gruppo di Intervento Speciale, il reparto d’élite dei carabinieri creato alla fine degli anni Settanta, in un’Italia segnata dal terrorismo e dai sequestri di persona. Il Gis, fin dall’inizio, fu pensato per intervenire in situazioni estreme: ostaggi, dirottamenti, rivolte carcerarie, operazioni in cui il margine d’errore si misura in secondi.

Una delle prime missioni rimaste nella memoria dell’Arma fu l’intervento del 29 dicembre 1980 nel carcere di Trani, dove era scoppiata una rivolta. Il reparto entrò in azione per riportare il controllo all’interno dell’istituto penitenziario, in un contesto teso e confuso. Alfa era lì, con gli altri operatori del gruppo. Anni dopo avrebbe raccontato quell’esperienza senza compiacimento, insistendo più sulla preparazione che sull’azione: “Quando arriva il momento, devi aver già fatto tutto prima”, spiegava a chi gli chiedeva che cosa significasse entrare in un reparto speciale.

Le operazioni più delicate, da Cesare Casella a Nino Di Matteo

Nel corso della sua carriera il comandante Alfa prese parte a numerose missioni internazionali e a operazioni riservate sul territorio italiano. Tra queste, viene ricordata la cattura degli esattori del sequestro di Cesare Casella, il giovane pavese rapito nel 1988 e liberato dopo una lunga prigionia. Fu una vicenda che scosse il Paese, anche per la battaglia pubblica della madre, Angela Casella, davanti all’inerzia e alla violenza dei clan.

Alfa partecipò anche alla liberazione di Patrizia Tacchella, altra operazione complessa nella stagione dei sequestri. Più avanti, nel 2003, fu impegnato nel servizio di protezione del magistrato antimafia Nino Di Matteo a Palermo, in una fase in cui la minaccia nei confronti dei magistrati siciliani era ancora alta e concreta. Non amava entrare nei dettagli, per abitudine e per rispetto delle procedure. Eppure lasciava capire quanto fosse pesante, anche sul piano umano, vivere accanto a chi era costretto a misurare ogni spostamento, ogni appuntamento, ogni tratto di strada.

Secondo fonti dell’Arma citate negli anni in occasione delle sue apparizioni pubbliche, Alfa era considerato uno dei carabinieri più decorati d’Italia. Una definizione che lui tendeva a ridimensionare, preferendo parlare di squadra, di addestramento, di “fratelli in uniforme”. Non era una posa: nel mondo dei reparti speciali, l’identità individuale conta meno del gruppo. Solo fuori servizio, più tardi, quel nome in codice divenne racconto.

Gli ultimi anni tra addestramento, libri e testimonianze

Dopo le attività operative, il comandante Alfa continuò a lavorare come istruttore del Gis e poi all’Ucis, l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale, struttura che coordina la protezione delle personalità esposte a rischio. Concluse la carriera nell’Arma dei Carabinieri nel febbraio 2016, ma non lasciò davvero quel mondo: continuò a formare, a parlare di sicurezza, a incontrare studenti, militari e lettori.

Negli ultimi anni era diventato anche scrittore e divulgatore. Nei suoi libri raccontava, con i limiti imposti dal segreto e dalla prudenza, la vita degli operatori speciali: l’attesa, la paura controllata, il peso delle scelte. Non cercava toni epici. Preferiva spiegare che dietro una divisa ci sono famiglie, insonnia, addestramenti ripetuti fino allo sfinimento. E qualche ferita che resta.

La notizia della sua morte ha provocato numerosi messaggi di cordoglio sui social, soprattutto da parte di ex militari, appartenenti alle forze dell’ordine e cittadini che lo avevano incontrato nelle presentazioni pubbliche. “Grazie comandante”, ha scritto un utente sotto il post Instagram. Un saluto breve, asciutto. In linea, forse, con lo stile di un uomo che per una vita intera ha scelto di restare nell’ombra.

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