L’Unione europea e l’Ucraina hanno firmato il 15 luglio a Kiev un accordo industriale sui droni e sui sistemi anti-drone, con l’obiettivo di accelerare entro la fine del 2026 la produzione congiunta di tecnologie militari nate dall’esperienza del conflitto con la Russia; tra le aziende europee selezionate figura anche Fincantieri, gruppo italiano della cantieristica e della difesa.
L’accordo Ue-Ucraina sui droni firmato a Kiev
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha sottoscritto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky quello che a Bruxelles viene indicato come “Ukraine Drone Deal”, un’intesa pensata per mettere in relazione la base industriale europea con le competenze sviluppate da Kiev sul campo. Non un dossier qualsiasi, perché i droni militari sono diventati, dall’inizio dell’invasione russa, uno degli strumenti più usati lungo il fronte.
La firma arriva cinque mesi dopo la visita del 24 febbraio, sempre a Kiev, del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e della stessa von der Leyen in una fabbrica ucraina di droni. In quell’occasione, secondo quanto filtrato da ambienti europei, i vertici Ue erano rimasti colpiti dalla rapidità con cui l’industria ucraina aveva adattato produzione, software e componentistica alle esigenze della guerra. Da lì, il lavoro tecnico. E poi il negoziato.
L’intesa punta a rendere più stabile una collaborazione che finora, spesso, si era mossa su canali emergenziali: consegne urgenti, acquisti diretti, adattamenti in corsa. Ora l’idea è diversa, almeno nelle intenzioni: costruire una filiera comune Ue-Ucraina, capace di produrre e aggiornare sistemi senza dipendere solo dai tempi lunghi della difesa tradizionale.
Droni e sistemi anti-drone, cosa prevede l’intesa
Il cuore dell’accordo riguarda lo sviluppo e la produzione di droni di nuova generazione e di sistemi anti-drone destinati sia alla difesa ucraina sia al rafforzamento della prontezza militare europea. In concreto, si punta a contrastare droni e missili a corto e medio raggio, due minacce che negli ultimi mesi hanno inciso molto sulla sicurezza delle città ucraine e delle infrastrutture energetiche.
Bruxelles parla di capacità “collaudate in combattimento”, una formula tecnica che dice molto: l’Europa intende imparare dall’esperienza ucraina, dove prototipi e aggiornamenti vengono testati in tempi ridotti, spesso direttamente in condizioni operative. Non è solo produzione di massa. È anche capacità di cambiare rapidamente frequenze, sensori, autonomia, sistemi di guida.
Un altro punto riguarda lo stoccaggio dei sistemi. Secondo le indicazioni diffuse a livello europeo, una parte delle capacità potrebbe essere conservata anche fuori dal territorio ucraino, così da ridurre il rischio di distruzione preventiva da parte russa e garantire continuità nelle forniture. Una scelta pratica, ma anche politica: significa inserire sempre più la difesa ucraina dentro l’architettura industriale dell’Unione europea.
Fincantieri tra le aziende selezionate
Tra le società coinvolte nel percorso avviato da Bruxelles figura Fincantieri, nome di peso dell’industria italiana, presente nella cantieristica navale ma da anni attiva anche nei sistemi ad alta tecnologia per la difesa. La selezione del gruppo italiano segnala il tentativo europeo di allargare la cooperazione oltre il perimetro dei produttori più tradizionali di aeromobili e missili, includendo aziende capaci di integrare sensori, piattaforme, comunicazioni e sistemi di comando.
Per Fincantieri, il dossier dei droni si intreccia con un mercato in rapida crescita: non solo velivoli senza pilota, ma anche mezzi autonomi navali, sorveglianza marittima, protezione di navi e porti da minacce aeree a bassa quota. Dettagli operativi, commesse e ripartizione dei ruoli non sono stati resi pubblici. Al momento, quindi, non ci sono cifre ufficiali sulle quote destinate alle singole aziende.
La presenza italiana ha anche un valore politico. Roma sostiene Kiev sul piano militare e diplomatico, ma cerca allo stesso tempo di mantenere un ruolo nella costruzione della futura difesa europea. In questo quadro, la partecipazione di un gruppo come Fincantieri permette all’Italia di sedersi a un tavolo industriale che potrebbe pesare a lungo, anche dopo la fine della guerra. “Serve capacità produttiva, non solo annunci”, è il ragionamento che circola in ambienti diplomatici europei.
Il quadro europeo: fondi, scudo antimissile e nodo cinese
La Commissione ha annunciato anche l’ingresso dell’Ucraina nell’European Defence Fund e nell’European Defence Industry Programme, due strumenti pensati per sostenere ricerca, sviluppo e produzione nel settore della difesa. È un passaggio rilevante perché consente a Kiev di partecipare in modo più strutturato ai programmi europei, pur non essendo ancora membro dell’Unione.
L’accordo sui droni si inserisce inoltre nel percorso aperto dalla coalizione europea per uno scudo antimissile, nata il 13 luglio a Parigi a margine del vertice dei cosiddetti Volenterosi. L’obiettivo è rafforzare la protezione del continente da attacchi aerei, missilistici e da sistemi senza pilota, un tema diventato centrale anche alla luce del possibile ridimensionamento dell’impegno statunitense nella Nato.
Resta un punto delicato: la dipendenza da componenti esterni, in particolare dalla Cina. Secondo quanto riportato dal Financial Times, Kiev avrebbe ottenuto dalla Commissione una deroga per utilizzare parte di una tranche da 6 miliardi di euro, nell’ambito del prestito europeo da 90 miliardi, per acquistare componenti cinesi destinati ai droni. Una soluzione di necessità, almeno per ora. Ma a Bruxelles il messaggio è chiaro: ridurre quelle dipendenze sarà una delle prove decisive della nuova difesa europea.








