Nel Mediterraneo, e in particolare in Italia, il rischio incendi è cresciuto nei primi sei mesi del 2026 per l’effetto combinato di temperature più alte, siccità e condizioni meteo favorevoli alla propagazione delle fiamme, secondo l’analisi diffusa da Greenpeace Italia sulla base dei dati Effis-Copernicus aggiornati a luglio.
Incendi nel Mediterraneo, il quadro dei primi mesi del 2026
Il segnale arriva da numeri che, messi in fila, raccontano una stagione già pesante prima ancora del pieno agosto. Secondo l’European Forest Fire Information System (Effis), il sistema europeo di monitoraggio satellitare gestito dal Joint Research Centre della Commissione europea nell’ambito del programma Copernicus, tra il 1° gennaio e il 22 luglio 2026 in Italia sono bruciati 36.600 ettari di territorio.
Il confronto è con la media dello stesso periodo tra il 2006 e il 2025, pari a 20.329 ettari. La differenza, circa l’80% in più, indica un’accelerazione che preoccupa tecnici e ambientalisti, soprattutto nelle aree dove boschi, campi coltivati e zone abitate si toccano senza vere fasce di protezione. Non è solo una questione di boschi. Dentro quei numeri ci sono pascoli, uliveti, macchia mediterranea, aziende agricole e strade chiuse per ore, spesso sotto il vento caldo.
Greenpeace: “Stagione dei roghi più lunga e anticipata”
“Gli incendi che in questi giorni stanno interessando diverse aree d’Italia sono l’ennesimo segnale di territori sempre più vulnerabili agli effetti della crisi climatica”, ha spiegato Martina Borghi, della campagna Foreste di Greenpeace Italia. La sua lettura è netta: non si tratta soltanto di un’estate complicata, ma di una trasformazione più profonda del calendario dei roghi.
Secondo Greenpeace, infatti, la stagione degli incendi tende ad allungarsi e ad anticipare il proprio inizio, con episodi rilevanti già nei mesi in cui, fino a pochi anni fa, l’attenzione operativa era più bassa. “Gli incendi sono uno dei segnali più evidenti di un clima che cambia”, ha aggiunto Borghi, richiamando l’effetto di caldo, siccità e vento, in particolare lo scirocco, sulle operazioni di spegnimento. In quel momento, quando le fiamme corrono su pendii secchi e sterpaglie, anche pochi minuti possono fare la differenza.
Dati Effis: in Italia bruciata un’area più grande di Milano
Nell’ultimo aggiornamento disponibile, riferito al 22 luglio, la superficie percorsa dagli incendi in Italia è stata indicata in circa 19 mila ettari solo nella fase più recente del monitoraggio, un’estensione superiore all’intero territorio del Comune di Milano. È un paragone che rende più concreto il dato, altrimenti difficile da visualizzare: colline annerite, pinete ridotte a tronchi, animali in fuga e coltivazioni danneggiate.
A livello europeo, al 15 luglio 2026, gli ettari bruciati nell’Unione europea erano già 167.326, un valore superiore alla media del periodo 2006-2025. Il dato non riguarda solo il Sud, anche se il bacino mediterraneo resta tra le aree più esposte per struttura del territorio, densità abitativa costiera e periodi prolungati senza pioggia. In molte zone, le squadre antincendio si trovano a lavorare su fronti multipli, con Canadair, elicotteri e volontari impegnati per ore. A terra, intanto, restano famiglie evacuate, strade presidiate e agricoltori che fanno la conta dei danni.
Tra origine umana e crisi climatica, il nodo della prevenzione
In Italia, l’innesco degli incendi ha spesso origine umana: comportamenti imprudenti, roghi agricoli non controllati, abbandono di rifiuti, ma anche atti dolosi, secondo quanto ricostruito in diversi casi dalle autorità competenti. Greenpeace, però, distingue il momento dell’innesco dalle condizioni che permettono al fuoco di espandersi. “È la crisi climatica a creare condizioni sempre più favorevoli alla propagazione, rendendo i roghi più intensi e difficili da gestire”, ha ammesso Borghi.
Il punto, per gli ambientalisti, è che la risposta non può fermarsi all’emergenza, quando le colonne di fumo sono già visibili da chilometri e i sindaci firmano ordinanze di evacuazione. Servono manutenzione del territorio, presidio delle aree rurali, gestione forestale e riduzione del rischio nelle zone di interfaccia, quelle dove case e vegetazione convivono a pochi metri di distanza. E serve, aggiunge Greenpeace Italia, una politica climatica capace di intervenire sulle cause dell’aumento di temperature estreme e siccità. Perché il fuoco, una volta partito, trova oggi un terreno più pronto a bruciare.








