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La fine dell’universo potrebbe arrivare prima del previsto: una teoria del passato allarma gli studiosi

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La teoria della radiazione di Hawking ha cambiato il modo in cui gli scienziati studiano il destino finale dell’universo - leonardo.it

La fine dell’universo potrebbe essere molto più vicina di quanto si pensasse, secondo i calcoli di alcuni fisici che hanno ripreso una delle intuizioni più famose di Stephen Hawking.

Nel 2025 un gruppo di ricercatori della Radboud University nei Paesi Bassi ha provato a spingere fino in fondo la logica che Hawking aveva introdotto mezzo secolo fa. Il risultato è un numero quasi impossibile da immaginare, ma sorprendentemente molto più “piccolo” rispetto alle stime cosmologiche precedenti.

Per capire perché questo risultato ha attirato l’attenzione della comunità scientifica bisogna tornare indietro nel tempo, al momento in cui Hawking pubblicò uno dei suoi lavori più celebri.

La scoperta di Hawking che cambiò la fisica dei buchi neri

Nel 1974 Stephen Hawking pubblicò un breve articolo scientifico che avrebbe cambiato per sempre il modo in cui i fisici guardavano ai buchi neri. Fino ad allora si pensava che questi oggetti cosmici fossero completamente “sigillati”, incapaci di emettere qualsiasi forma di energia.

Hawking dimostrò invece che, combinando relatività generale e meccanica quantistica, i buchi neri devono emettere una forma di energia oggi conosciuta come radiazione di Hawking. Questo processo, lentissimo ma inevitabile, fa sì che un buco nero perda massa nel tempo fino a evaporare completamente.

All’epoca l’idea era così rivoluzionaria che molti fisici la considerarono quasi paradossale. Oggi però la radiazione di Hawking è uno dei pilastri teorici della cosmologia moderna ed è citata nei principali manuali di fisica teorica.

Il passo successivo fatto dai fisici olandesi

Negli ultimi anni alcuni ricercatori hanno iniziato a chiedersi se la logica proposta da Hawking potesse essere applicata anche ad altri oggetti cosmici. Nel 2023 i fisici Michael Wondrak, Walter van Suijlekom e Heino Falcke hanno mostrato che la radiazione prevista da Hawking potrebbe emergere non solo dai buchi neri ma anche da altri oggetti estremamente compatti.

Secondo il loro modello teorico, stelle di neutroni e altri resti stellari molto densi potrebbero perdere lentamente massa attraverso un meccanismo analogo. Non si tratta di una radiazione intensa come quella prodotta da un buco nero, ma di un processo incredibilmente lento che, su scale temporali cosmiche, diventa rilevante.

Questa ipotesi ha aperto una domanda molto più grande: se anche altri oggetti dell’universo emettono radiazione simile a quella dei buchi neri, quanto tempo impiegherà la materia stellare a dissolversi completamente?

Il numero che cambia le stime sulla fine dell’universo

Nel 2025 lo stesso gruppo di ricercatori ha provato a dare una risposta. Utilizzando modelli cosmologici e simulazioni teoriche, hanno stimato il tempo necessario perché gli ultimi resti stellari dell’universo decadano completamente.

La cifra ottenuta è gigantesca: circa 10 elevato alla 78esima potenza di anni, cioè un 1 seguito da 78 zeri.

Può sembrare un tempo infinito, ma in realtà è molto più breve rispetto alle stime precedenti. Alcuni modelli cosmologici collocavano la dissoluzione finale della materia nell’universo attorno a 10 elevato alla 1.100esima potenza di anni. La differenza tra questi due numeri è così enorme che diventa difficile persino rappresentarla mentalmente.

Il destino delle nane bianche e degli ultimi resti stellari

Secondo lo studio pubblicato dai ricercatori della Radboud University, il limite di 10⁷⁸ anni rappresenterebbe il tempo necessario perché le nane bianche, ovvero i resti più longevi delle stelle come il Sole, evaporino completamente a causa della radiazione di tipo Hawking.

Oggi sappiamo che il Sole esaurirà il proprio combustibile tra circa 5 miliardi di anni e diventerà una nana bianca molto più piccola e densa. Questo tipo di oggetti può sopravvivere per tempi astronomicamente lunghi, ma non per sempre.

Se il meccanismo ipotizzato dai fisici olandesi fosse corretto, anche questi resti stellari perderanno lentamente massa fino a dissolversi nel tempo cosmico.

Un’idea che collega Hawking al destino dell’universo

Il risultato non significa che la fine dell’universo sia davvero “vicina” nel senso umano del termine. Anche 10⁷⁸ anni rappresentano una durata che supera di gran lunga l’età attuale dell’universo, stimata in circa 13,8 miliardi di anni secondo le osservazioni del satellite Planck e delle missioni cosmologiche della NASA e dell’ESA.

Il punto interessante è un altro. La logica introdotta da Hawking nel 1974, inizialmente pensata per descrivere il comportamento dei buchi neri, potrebbe avere implicazioni molto più ampie e contribuire a spiegare il destino finale della materia stellare nell’universo.

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