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Lavoro

Hormuz, la linea prudente di Pechino e il rilancio dei rapporti Italia-Cina

Petroliera in navigazione su mare calmo all’alba, con altre navi cargo sullo sfondo e costa velata dalla foschia
Una petroliera attraversa una rotta marittima strategica all’alba, simbolo delle tensioni e della sicurezza dei traffici nello Stretto di Hormuz.

Pechino ha chiesto nelle ultime ore a Iran e Stati Uniti di garantire un passaggio sicuro alle navi commerciali nello Stretto di Hormuz, snodo decisivo tra Golfo Persico e Oceano Indiano, per evitare che la tensione in Medio Oriente metta sotto pressione commercio, energia e catene industriali globali. La posizione cinese, letta da Lorenzo Riccardi, presidente dell’Eu Sme Centre for China, il Centro dell’Unione Europea per le piccole e medie imprese in Cina, rientra in una linea di de-escalation: mantenere aperte le rotte, difendere la continuità degli scambi e riportare la crisi su un terreno diplomatico.

Stretto di Hormuz, la linea di Pechino tra sicurezza e diplomazia

Per Lorenzo Riccardi, già presidente della Camera di commercio italiana in Cina, la posizione di Pechino sullo Stretto di Hormuz è “coerente con una linea di de-escalation”. La Cina, ha spiegato ad Adnkronos/Labitalia, “chiede che il traffico resti sicuro” e insiste sulla necessità di una soluzione diplomatica, perché la protezione delle rotte marittime riguarda gli interessi dell’intera comunità internazionale. Non solo quelli dei Paesi affacciati sul Golfo.

Lo Stretto di Hormuz resta uno dei passaggi più sensibili per il trasporto di energia e merci. Ogni segnale di instabilità, anche solo la minaccia di restrizioni alla navigazione, viene letto dalle imprese come un possibile fattore di rischio su tempi di consegna, costi assicurativi e pianificazione produttiva. In questo quadro, secondo Riccardi, la Cina prova a presentarsi come “attore di stabilizzazione”, mandando un messaggio sia a Washington sia a Teheran: la sicurezza dello Stretto non è una questione regionale, ma un tema di interdipendenza globale.

Rotte marittime e imprese, perché la crisi pesa sulle supply chain

La crisi nello Stretto di Hormuz, ha osservato Riccardi, conferma quanto la stabilità delle rotte sia una precondizione per commercio, energia e programmazione industriale. Per le aziende, soprattutto per quelle che lavorano su ordini internazionali e componentistica, il punto non è soltanto il prezzo del petrolio. Conta anche la prevedibilità. Sapere quando arriva una merce, quanto costa trasportarla, quali alternative esistono se una rotta diventa più rischiosa.

In questa fase, ha confidato Riccardi, molte imprese stanno ragionando su fornitori più diversificati e su partnership capaci di reggere eventuali scosse geopolitiche. È un movimento già iniziato dopo la pandemia e accelerato dalle tensioni commerciali degli ultimi anni. Ora, con il Medio Oriente di nuovo al centro delle preoccupazioni, il tema torna sulle scrivanie di manager, consulenti e camere di commercio: non basta vendere, bisogna proteggere la supply chain. E farlo in tempo.

Italia-Cina, export in crescita e settori ad alto valore

Nel rapporto tra Italia e Cina, le opportunità si concentrano nei comparti in cui la domanda cinese resta solida e dove il made in Italy mantiene un vantaggio riconosciuto: moda, meccanica, farmaceutica, chimica, transizione energetica e tecnologie green. Riccardi ha ricordato che l’export italiano verso la Cina risulta in crescita del 17,6%, un dato che, nel contesto attuale, rafforza il peso strategico della relazione economica con Pechino.

Il nuovo quadro fiscale e gli strumenti di cooperazione economica, secondo il presidente dell’Eu Sme Centre for China, stanno rendendo più interessante strutturare investimenti con una presenza più stabile. Non operazioni isolate, dunque, ma strategie più radicate: presìdi commerciali, canali di e-commerce cross-border, accordi industriali e progetti locali. “La priorità per le aziende resta comprendere rischi e opportunità”, ha spiegato Riccardi, richiamando un mercato nel quale regole, accesso e sicurezza delle filiere cambiano con grande rapidità.

Per le imprese italiane, il nodo è muoversi senza improvvisare. La Cina offre spazi, ma chiede preparazione: compliance, tutela della proprietà intellettuale, conoscenza delle norme locali e capacità di adattare prodotti e servizi al mercato. In alcuni settori, dalla meccanica alla farmaceutica, la qualità italiana resta un punto di forza. In altri, come le tecnologie per la transizione energetica, la competizione è più serrata. Eppure proprio lì, ha ammesso Riccardi, possono aprirsi collaborazioni industriali con aziende cinesi.

Pechino attore prudente, per l’Italia spazi nel Far East

La Cina, in questo contesto di crisi, “si promuove come attore prudente e stabilizzatore”, ha concluso Riccardi. Una postura che serve a difendere i propri interessi commerciali, ma anche a rafforzare l’immagine di Pechino come interlocutore capace di parlare con più capitali, in una fase in cui gli equilibri tra Stati Uniti, Iran e potenze regionali restano fragili. La sicurezza dello Stretto di Hormuz, in questo senso, diventa anche un banco di prova diplomatico.

Per l’Italia, la partita si gioca su un doppio livello: proteggere le imprese dai rischi legati alle tensioni internazionali e, nello stesso tempo, intercettare la domanda cinese nei segmenti più qualificati. Riccardi indica le filiere ad alto valore aggiunto, la transizione energetica e i servizi alle imprese come i campi più promettenti per chi vuole entrare o consolidarsi nel Far East. Non una scorciatoia. Piuttosto un percorso da costruire con attenzione, tra contratti, presenza locale e valutazione dei rischi.

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