Parlare due o più lingue non è solo un vantaggio per viaggiare o lavorare all’estero, ma un’esperienza che lascia un’impronta biologica profonda. Il bilinguismo modifica la struttura fisica del cervello, ne rafforza i collegamenti interni, potenzia l’empatia e rallenta il declino cognitivo. Lo rivelano numerosi studi di neuroimaging e ricerche cognitive condotte negli ultimi anni. Eppure, come ogni trasformazione neurologica, anche questa ha un costo: chi parla più lingue può trovarsi più spesso in difficoltà nel recuperare le parole, perfino nella propria lingua madre. È la classica sensazione del “ce l’ho sulla punta della lingua” che, in chi è bilingue, può diventare più frequente.
Come il bilinguismo trasforma il cervello adulto e ritarda la demenza
Nel corso degli ultimi due decenni, la scienza ha dimostrato che il cervello dei bilingui presenta caratteristiche strutturali diverse rispetto a quello dei monolingui. Aree come il giro frontale inferiore e il lobulo parietale inferiore mostrano una maggiore densità di materia grigia, mentre la materia bianca, responsabile della trasmissione delle informazioni tra i due emisferi cerebrali, risulta più compatta e organizzata.
Non si tratta solo di dati osservabili nei bambini cresciuti bilingui, ma anche in adulti che hanno iniziato a studiare una nuova lingua in età avanzata. La neuroplasticità, ovvero la capacità del cervello di adattarsi e modificarsi, rimane attiva anche più avanti negli anni e risponde rapidamente a stimoli complessi come l’apprendimento linguistico.

Uno degli effetti più interessanti è la cosiddetta riserva cognitiva: nei bilingui, i sintomi della demenza senile o dell’Alzheimer tendono a comparire 4 o 5 anni più tardi rispetto ai monolingui. Questo non significa che il bilinguismo impedisca la malattia, ma che il cervello è in grado di compensare meglio i danni, riorganizzando le risorse interne.
Anche chi apprende una lingua straniera in età adulta, se in modo intensivo e continuativo, può beneficiare di questi cambiamenti neurologici. Secondo alcune ricerche, bastano pochi mesi di immersione linguistica per rilevare mutamenti nella struttura cerebrale tramite risonanze magnetiche.
Le difficoltà nascoste: quando le parole si bloccano e l’empatia si accende
Accanto ai benefici neurologici, esiste anche un costo cognitivo legato alla gestione simultanea di più sistemi linguistici. Chi parla due lingue o più tende a recuperare le parole con maggiore lentezza, sia nella seconda lingua che nella lingua madre. Questo effetto è stato documentato in test di denominazione di immagini, dove i bilingui risultano più lenti dei monolingui nel dare un nome agli oggetti. Il rallentamento si accentua con parole rare o poco utilizzate.
La spiegazione sembra legata al fatto che i bilingui usano ciascuna lingua con minore frequenza rispetto a chi ne parla una sola. Meno uso significa connessioni neurali leggermente più deboli, che rendono il recupero lessicale meno immediato. In compenso, quando due parole sono simili foneticamente nelle due lingue – come vampiro in italiano e vampire in inglese – il richiamo è più rapido grazie alla somiglianza del suono, che aiuta a superare i blocchi mentali.
Oltre alla memoria verbale, il bilinguismo sembra potenziare anche la cognizione sociale. I bilingui dimostrano una maggiore empatia cognitiva, ovvero la capacità di mettersi nei panni altrui. Questo accade perché devono monitorare costantemente chi hanno davanti, scegliendo quale lingua usare. È un esercizio continuo che allena la mente a cambiare prospettiva.
Per parlare una lingua piuttosto che l’altra, il cervello deve anche inibire quella non in uso. Questo rafforza il controllo esecutivo, utile anche nella vita sociale. In più, i bilingui sviluppano una sensibilità sociolinguistica precoce: sono abituati a notare chi parla cosa, e ad adattarsi di conseguenza. Così lo sforzo di gestire più idiomi non modifica solo il cervello, ma affina anche il rapporto con gli altri.