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Energia, l’industria europea chiede una profonda revisione dell’Ets

Rappresentanti industriali esaminano documenti con grafici davanti a bandiere UE e palazzo istituzionale sfocato
Dirigenti e rappresentanti industriali discutono dossier con grafici davanti alle bandiere Ue, nel contesto del dibattito sulla riforma dell’Ets.

Confindustria, Bdi e Medef hanno chiesto oggi, 9 luglio 2026, a Ursula von der Leyen una revisione profonda del meccanismo Ets dell’Unione europea, con una lettera inviata a Bruxelles e rilanciata sul Financial Times, perché le regole sul mercato della CO2 siano più vicine alle condizioni reali in cui operano le imprese di Italia, Germania e Francia.

Energia, l’appello degli industriali europei a Bruxelles

La presa di posizione porta la firma delle tre principali organizzazioni industriali delle maggiori economie dell’Unione: Confindustria, la tedesca Bdi e la francese Medef. Insieme rappresentano quasi 500 mila imprese e, per la prima volta su questo dossier, si presentano con una linea comune davanti alla Commissione europea, attesa il 17 luglio a una proposta sulla revisione del sistema.

Il punto, spiegano le associazioni nella missiva, non è mettere in discussione gli obiettivi climatici europei. La richiesta è diversa: rendere il mercato europeo della CO2 compatibile con tecnologie disponibili, costi industriali, infrastrutture ancora incomplete e pressione della concorrenza internazionale. “Le imprese devono poter decarbonizzare senza perdere capacità produttiva”, è il senso del messaggio recapitato a von der Leyen. Una formula secca, ma politica.

Dietro la lettera c’è anche un cambio di tono. Le organizzazioni industriali parlano di una “profonda revisione” dell’Ets, il sistema che impone alle aziende di acquistare quote per le emissioni prodotte. Un meccanismo nato per spingere la transizione, ma che, secondo gli industriali, rischia di colpire più la produzione europea che le emissioni globali.

Lo studio Bicocca e il nodo delle chiusure aziendali

Nella lettera viene citato anche uno studio dell’Università di Milano-Bicocca sul funzionamento dell’Ets tra il 2013 e il 2024. Secondo la ricerca richiamata dalle associazioni, la riduzione delle emissioni registrata in quel periodo sarebbe dipesa più dalle chiusure aziendali che da un effetto diretto del meccanismo sulla decarbonizzazione degli impianti ancora attivi.

È un passaggio delicato, perché tocca il cuore della politica climatica europea. Se una parte del taglio delle emissioni arriva dalla perdita di produzione, e non da investimenti in tecnologie pulite, il risultato ambientale rischia di accompagnarsi a una riduzione della base industriale. Non è un dettaglio tecnico. È il punto che gli industriali cercano di portare sul tavolo di Bruxelles.

Secondo Confindustria, Bdi e Medef, le imprese europee sono già esposte a costi energetici più alti rispetto ai concorrenti di altre aree del mondo. In molti settori, dall’acciaio alla chimica, dalla carta alla ceramica, la differenza nei prezzi dell’energia e della CO2 può pesare sulle decisioni di investimento. E, alla fine, anche sulla scelta di produrre dentro o fuori dall’Unione.

Le richieste: riserva di mercato, Cbam e quote gratuite

Tra le richieste principali c’è la revisione della Market Stability Reserve, la riserva che regola la quantità di quote di CO2 disponibili sul mercato europeo. Per gli industriali, le regole attuali rischiano di creare carenze artificiali e sbalzi nei prezzi, rendendo più difficile programmare investimenti di lungo periodo. Un impianto industriale, ricordano fonti del settore, non si riconverte in pochi mesi.

Altro nodo è il Cbam, il meccanismo europeo di aggiustamento del carbonio alla frontiera, pensato per applicare un costo sulle emissioni incorporate nei prodotti importati. Le associazioni chiedono di rafforzarlo, ma anche di mantenere quote gratuite e compensazioni dei costi Ets finché non saranno disponibili strumenti alternativi efficaci contro il rischio di delocalizzazione. In altre parole: prima le protezioni, poi la piena esposizione al mercato della CO2.

Nella missiva si chiede inoltre che i ricavi dell’Ets siano destinati integralmente alla decarbonizzazione dell’industria. Non a capitoli generici di bilancio, ma a investimenti su tecnologie, reti, efficienza energetica e riconversione degli impianti. Dopo il 2030, secondo le tre organizzazioni, andrebbero poi integrate soluzioni come crediti internazionali di alta qualità, cattura e stoccaggio della CO2 e rimozioni permanenti di carbonio.

C’è anche un punto che riguarda i trasporti. Confindustria, Bdi e Medef chiedono di escludere trasporto marittimo e aviazione dall’ambito di applicazione del meccanismo, una posizione destinata ad aprire un confronto con chi, nel Parlamento europeo, spinge invece per allargare la copertura dei settori soggetti al prezzo del carbonio.

Confindustria a Strasburgo prima della proposta Ue

La lettera arriva mentre a Strasburgo è in corso la plenaria del Parlamento europeo e Confindustria ha avviato una serie di incontri istituzionali con rappresentanti delle istituzioni Ue. Il calendario non è casuale: la proposta della Commissione sulla revisione dell’Ets è attesa per il 17 luglio, e le capitali industriali cercano di incidere prima che il testo entri nel negoziato politico.

Il contesto resta complesso. L’industria europea affronta costi dell’energia ancora elevati, una domanda interna non sempre solida e una concorrenza globale che, in molti casi, non è soggetta agli stessi vincoli ambientali. Da qui l’insistenza sul cosiddetto “level playing field”, la parità di condizioni: senza di essa, sostengono le imprese, la transizione rischia di spostare emissioni e produzione altrove.

A Bruxelles la discussione è aperta. La Commissione europea dovrà tenere insieme obiettivi climatici, competitività e tenuta sociale dei territori industriali. Gli industriali, intanto, hanno scelto di muoversi uniti. Italia, Germania e Francia, questa volta, parlano con una sola voce: correggere l’Ets, dicono, non significa frenare la transizione, ma evitare che la paghi soltanto l’industria europea.

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