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Omicidio Saman, condanne definitive per i familiari: la Cassazione chiude il caso

Fascicolo giudiziario su una panchina in pietra con giacca di jeans e sciarpa davanti a un tribunale sfocato
Un fascicolo e alcuni indumenti su una panchina davanti al tribunale richiamano la chiusura del caso Saman Abbas.

La Cassazione ha reso definitive oggi, 15 luglio 2026, a Roma, le condanne per l’omicidio di Saman Abbas, la 18enne pachistana uccisa a Novellara, nel Reggiano, nella primavera del 2021, perché — secondo l’accusa accolta nei tre gradi di giudizio — aveva rifiutato un matrimonio combinato e scelto una vita lontana dalle imposizioni familiari.

Omicidio Saman Abbas, ergastoli definitivi per i genitori e i cugini

Con il rigetto dei ricorsi, la Suprema Corte ha confermato l’ergastolo per i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Diventa definitiva anche la condanna a 22 anni di reclusione per lo zio, Danish Hasnain, indicato nel processo come una figura centrale nell’esecuzione del delitto.

La decisione chiude il percorso giudiziario iniziato dopo la scomparsa della giovane, avvenuta la sera del 30 aprile 2021 nelle campagne di Novellara, tra le serre e le abitazioni sparse della Bassa reggiana. Da quel momento, per oltre un anno e mezzo, di Saman Abbas non si era trovata traccia. Solo nel novembre 2022, sotto un rudere a poche decine di metri dalla casa di famiglia, vennero ritrovati i suoi resti.

Il rifiuto del matrimonio combinato e la scelta di una vita diversa

Al centro del processo c’è stato il movente: il rifiuto, da parte di Saman, di un matrimonio combinato in Pakistan e la volontà di vivere liberamente la propria relazione con il fidanzato. Una scelta che, secondo l’accusa, la famiglia non avrebbe mai accettato. Jeans, fotografie sui social, il rossetto, il desiderio di uscire da un controllo domestico rigido: piccoli segni quotidiani diventati, agli occhi dei parenti, una frattura insanabile.

La ragazza era stata ospitata per un periodo in una comunità protetta a Bologna, dopo aver denunciato le pressioni familiari. Poi il ritorno a Novellara, pochi giorni prima della morte, per recuperare i documenti e partire. In quel momento, secondo le ricostruzioni processuali, il piano era già stato preparato. “Saman doveva essere punita”, aveva detto nella requisitoria il procuratore generale Marco Dall’Olio, chiedendo la conferma delle condanne d’appello. Una frase rimasta nel silenzio dell’aula.

La requisitoria e il ruolo attribuito ai familiari

Nel corso del processo, l’accusa ha sostenuto che l’omicidio di Saman Abbas fosse stato “organizzato nei minimi dettagli”, con una partecipazione condivisa dei familiari imputati. Il procuratore generale Dall’Olio aveva parlato di un “atto corale e premeditato”, legato a un movente definito turpe, pur dentro un contesto di radici culturali richiamato più volte nelle udienze. Non una reazione improvvisa, dunque, ma una decisione maturata e portata a termine.

I cinque imputati erano stati rintracciati in tempi diversi, tra l’Europa e il Pakistan, e riportati davanti ai giudici italiani. Il padre Shabbar Abbas era stato estradato dal Pakistan; la madre Nazia Shaheen, inizialmente latitante, era stata poi consegnata all’Italia. Anche i cugini e lo zio erano finiti sotto indagine sin dalle prime fasi, quando le immagini delle telecamere attorno all’abitazione e i movimenti registrati nei giorni della scomparsa avevano orientato gli investigatori verso l’ambito familiare. Tasselli, uno dopo l’altro.

La fine del processo e il peso di una vicenda che ha segnato l’Italia

La conferma della sentenza d’appello da parte della Cassazione mette la parola fine al procedimento penale per la morte di Saman Abbas, ma non al peso pubblico di una vicenda che ha attraversato cronaca, tribunali e dibattito civile. La storia della ragazza di Novellara è diventata il simbolo di una libertà cercata e negata, dentro un conflitto familiare trasformato, secondo i giudici, in una condanna a morte.

A distanza di oltre cinque anni dall’omicidio, restano le immagini fissate nell’inchiesta: la notte nelle campagne reggiane, la casa da cui Saman voleva andare via, il rudere dove il corpo fu ritrovato, la comunità che l’aveva accolta prima del ritorno. E restano le parole pronunciate in aula, asciutte, quasi dure: una ragazza uccisa perché voleva scegliere. Con la decisione della Suprema Corte, le pene sono ora definitive.

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