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Sostenibilità

Rigenerare i centri storici per restituire vita alle città

Negoziante sistema frutta e verdura davanti a una bottega in un centro storico, con bici cargo e bus sullo sfondo
Commercio di vicinato e mobilità sostenibile in una strada di centro storico, simbolo di rigenerazione urbana.

Alessandro Cavo, consigliere Confcommercio per i centri storici e presidente Confcommercio Genova, ha rilanciato oggi a Roma, nella sede nazionale dell’Anci, il tema della rigenerazione urbana durante la presentazione della quarta edizione di Eco 2026 – Festival della Mobilità Sostenibile e delle Città Intelligenti, chiedendo di riportare attenzione sui centri storici italiani perché tornino a essere luoghi vivi, accessibili e sostenibili per residenti, commercianti e visitatori.

Cavo: “I centri storici tornino ecosistemi sostenibili”

“Dobbiamo tornare a concentrare la nostra attenzione sui centri storici affinché diventino nuovamente un ecosistema sostenibile per tutti. Solo così il commercio potrà rifiorire”. Lo ha detto Alessandro Cavo a margine dell’incontro romano dedicato a mobilità sostenibile, rigenerazione urbana e città intelligenti, in una mattinata segnata dal confronto tra amministratori, associazioni e rappresentanti del mondo economico.

Il punto, secondo Cavo, non è soltanto quello di riempire vetrine o riaprire fondi sfitti. È più largo. I centri storici, ha spiegato, devono tornare a essere parti della città in cui si vive, si lavora, ci si incontra, non semplici scenografie attraversate in fretta da flussi turistici o pendolari. Una prospettiva che, nelle parole del rappresentante di Confcommercio, riguarda insieme negozi, servizi, trasporti, decoro urbano e qualità degli spazi pubblici.

“I negozi sono presìdi sociali, non solo economici”

“Le attività commerciali non sono soltanto presìdi economici, ma rappresentano presìdi sociali e un valore comune per l’intero quartiere”, ha sottolineato Cavo, insistendo sul ruolo quotidiano dei negozi di vicinato. Una bottega aperta, un bar di strada, una libreria o un alimentari, ha lasciato intendere, non producono solo reddito: garantiscono presenza, relazioni, sicurezza informale. Quella che spesso, nei quartieri, si misura nei gesti minimi. Una saracinesca alzata alle otto del mattino, una luce accesa la sera, qualcuno che riconosce chi passa.

Attraverso la rigenerazione dell’ambiente urbano, ha aggiunto Cavo, “residenti, domiciliati e turisti potranno trovare un contesto accogliente nel quale vivere e non soltanto recarsi in visita”. Il riferimento è a città meno schiacciate sulla sola funzione turistica e più attente alla permanenza, alla quotidianità, alla possibilità di muoversi senza ostacoli. In questo senso, il commercio diventa una cartina di tornasole: quando chiudono i negozi, spesso si svuotano anche le strade. E quando le strade si svuotano, il quartiere cambia volto.

Qualità della vita e mobilità lenta al centro del modello urbano

Per il consigliere di Confcommercio, il concetto di centro storico sostenibile passa prima di tutto dalla qualità della vita urbana. “Devono essere luoghi piacevoli da vivere per chiunque e non soltanto per i residenti”, ha detto Cavo, spiegando che l’accessibilità non può ridursi alla sola possibilità di arrivare in centro. Conta anche come ci si muove, quanto tempo si resta, se gli spazi sono fruibili da anziani, famiglie, lavoratori, studenti e persone con disabilità.

“Quando torneranno ad avere una dimensione umana e ritmi più lenti, diventeranno realmente accessibili alle persone”, ha aggiunto. Il passaggio si inserisce nel quadro di Eco 2026, festival che mette insieme le politiche per le città intelligenti con quelle per la mobilità a minore impatto, dal trasporto pubblico alla ciclabilità, fino alla gestione degli spazi pedonali. Non una contrapposizione fra commercio e sostenibilità, dunque. Piuttosto, una ricerca di equilibrio: meno congestione, più servizi, più permanenza nei quartieri.

A Roma, nella sede dell’Anci, il ragionamento ha assunto anche una dimensione amministrativa. Perché senza regole chiare, investimenti e coordinamento tra Comuni, associazioni di categoria e operatori privati, la rigenerazione rischia di restare una parola buona per i convegni. Cavo lo ha detto con toni netti ma misurati: servono interventi capaci di incidere sulla vita concreta dei luoghi, non soltanto progetti isolati o misure temporanee.

Il nodo del commercio di vicinato: “Perso il 25% in tredici anni”

Il dato più pesante richiamato da Cavo riguarda il commercio di vicinato nei centri storici. “Negli ultimi tredici anni abbiamo perso il 25% del commercio di vicinato proprio in queste aree”, ha ricordato il rappresentante di Confcommercio, indicando una tendenza che molte città italiane conoscono da vicino: chiusure, cambio di destinazione degli spazi, aumento dei costi, difficoltà nel ricambio generazionale e concorrenza di modelli di consumo più rapidi.

Secondo Cavo, il patrimonio dei centri storici italiani resta però un modello replicabile su larga scala, se messo nelle condizioni di funzionare. Non solo nei grandi capoluoghi, ma anche nelle città medie e nei borghi, dove il negozio sotto casa continua a essere un pezzo dell’identità urbana. “Dobbiamo rigenerare i centri storici per far rinascere il commercio, ma soprattutto per restituire vivibilità ai quartieri”, ha concluso.

La sfida, ora, è tradurre questo indirizzo in scelte concrete: mobilità più ordinata, spazi pubblici curati, servizi di prossimità, politiche abitative e sostegno alle imprese locali. Solo allora, è il messaggio arrivato da Confcommercio, i centri storici potranno smettere di essere luoghi da attraversare e tornare a essere quartieri da abitare.

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